Ibrahimovic arrabbiato, molto arrabiato. Iin Svezia aveva impressionato il «voi parlate, io segno» che Zlatan aveva sibilato astioso il 18 maggio, unico suo commento alla mezzora straordinaria, con doppietta incorporata, grazie alla quale aveva consegnato all’Inter lo scudetto. Ce l’aveva un po’ con tutti, quel giorno a Parma: un rigurgito di bile, in particolare per le accuse di non saper essere decisivo nelle partite decisive che in Italia gli erano piovute addosso dopo la doppia sfida con il Liverpool.Ieri Ibrahimovic ce l’aveva con gli svedesi: «Voi giornalisti mi fraintendete da almeno cinque anni e se oggi sono qui a parlare è solo perché sono obbligato a farlo». Si era seduto su quella stessa poltroncina appena venerdì e non avrebbe dovuto farlo di nuovo così presto, se non fosse – eccolo il qui pro quo – che in Svezia avevano scatenato un discreto putiferio un paio di sue dichiarazioni dell’altro ieri, con le quali aveva ispirato l’impiego di Larsson e Stoor. Ibra non è voluto tornare in argomento per calibrare le sue frasi: per lui lo ha fatto Lagerback («Zlatan aveva semplicemente detto che sono due buoni giocatori, non che io avrei dovuto farli giocare»), non prima di aver bacchettato l’intera platea con un sermone all’insegna del «noi lavoriamo forte per un buon Europeo, voi lasciateci lavorare».